Dr.Christian Sailer

Lettera aperta a Sua Santità
Papa Benedetto XVI

 

 

Dr.Christian Sailer
 
97828 Marktheidenfeld-Altfeld, Max-Braun-Straße 2
A
Sua Santità
Papa Benedetto XVI.
Palazzo Apostolico Vaticano
V-00120 Città del Vaticano
Roma – Italia

                                                                                       
 2 maggio.2005
Stimato Papa Benedetto, 

Vi prego di non offenderVi se non mi rivolgo a Voi secondo le norme cerimoniali, ma mi è difficile rivolgermi ad una persona chiamandola “Santo Padre” oppure “Sua Santità”. Non mi rivolgo a Voi come membro della Vostra Chiesa, ma semplicemente come un fratello in Cristo. 

Per cominciare posso forse accennare al fatto che ci siamo già incontrati una volta in una situazione piuttosto critica: in veste di arcivescovo di Monaco di Baviera e di Freising, avevate avviato dei provvedimenti disciplinari ecclesiastici nei confronti di un irriducibile parroco di campagna che si rifiutava di pagare l’obolo di S. Pietro. E questa persona si rivolse guarda caso a me, come avvocato, per impedire per via legale la sua destituzione. La disputa di diritto canonico si trasformò in un incontro personale, nel corso del quale il colloquio da Voi condotto con molta comprensione portò ad un accordo in via amichevole. Il parroco fu grato al suo cardinale, mentre l’avvocato rimase impressionato dalla sua disponibilità a riconciliarsi. Di fronte alla Vostra vita colma di eventi significativi ritengo naturalmente piuttosto improbabile che Vi ricordiate ancora di questo fatto. L’avvocato di Monaco di quel tempo è oggi divenuto una (si spera) umile persona alla ricerca di Dio all’interno di una comunità del cristianesimo originario che cerca di comprendere e di mettere in pratica nella vita quotidiana gli insegnamenti di Gesù di Nazaret senza dogmi e riti ecclesiastici. 

Riferendomi a questo tentativo mi permetto di porre alcune domande al nuovo Papa eletto nella Chiesa cattolica romana. Forse può sembrare una presunzione, ma il Cristo non fa differenze tra altolocati e persone che stanno più in basso. E dal momento che si tratta di domande fondamentali per la vita dei cristiani, esse non dovrebbero essere trattate in privato; pertanto mi permetto di scrivere questa lettera come lettera aperta. 

La prima domanda è già stata posta una volta anche da Voi stesso: come ha riportato di recente il Vescovo di Limburg Franz Kamphaus, sul Frankfurter Allgemeine Zeitung, verso la metà degli anni ’60, già in veste di affermato teologo del Concilio, avete fatto presente che per il papa sarebbe pericoloso farsi chiamare “Santo Padre”. Le parole di Gesù dicono infatti il contrario: “Soltanto uno è vostro Padre, colui che è nei cieli; soltanto uno è il vostro Maestro, voi siete tutti fratelli.” (Mt 23,8 s.) Forse molti lo considerano soltanto un fatto esteriore. Tuttavia, come Voi stesso avete affermato: le parole di Gesù dicono il contrario. Pertanto si pone la domanda: il nuovo Papa quanto prende sul serio le parole di Gesù, il Cristo, se anch’egli si fa chiamare “Santo Padre” e fa inginocchiare le persone al suo cospetto?

La stessa domanda riguarda anche la Chiesa quale istituzione, dal momento che essa, nonostante il suo passato macchiato di sangue, si considera ancora come l’unica istituzione portatrice di salvezza del cristianesimo e requisisce i propri membri fin da neonati servendosi di minacce di punizioni spirituali e rendendoli dipendenti quando sono adulti. Nel vostro scritto tanto letto dal titolo “Introduzione al cristianesimo”, già nel 1968 avete scritto che, considerando la storia della Chiesa, potete “comprendere la terrificante visione di Dante che vedeva la grande meretrice babilonese assisa sul carro trionfale della chiesa” (pag. 280). Le conseguenze che andrebbero tratte si tro­vano nell’Apocalisse di Giovanni, il quale consiglia in merito alla meretrice di Babilonia. “Esci da lei, popolo mio, per non aver parte dei suoi peccati …!” (Ap. 18.4) Tuttavia, chi desidera seguire questo consiglio viene minacciato dalla Chiesa con la terrificante punizione della dannazione eterna. 

Chi cerca consiglio nella Vostra teologia per risolvere il conflitto tra la salvezza in Cristo e il male della Chiesa riceve informazioni paradossali: “In virtù della non mai ritrattata de­dizione del Signore, la chiesa resta e resterà sempre la società da lui santificata, in cui si rende presente fra gli uomini la santità del Signore. Ma è sempre realmente la santità del Signore che aleggia qui in mezzo a noi, scegliendosi sistematicamente e con un amore quasi paradossale ad eccipiente della sua presenza le sudicie mani degli uomini. E’ sempre la santità di Cristo, che lascia filtrare la sua radiosa luce pur attraverso il peccato di cui è impastata la chiesa … Di conseguenza si potrebbe dire ad­dirittura che la chiesa, proprio nella sua paradossale struttura composta di santità e di miseria, sia la configurazione assunta dalla grazia in questo nostro mondo” (pag. 282). 

Non sono un teologo. Forse per questo non posso far a meno di avere l’impressione che si tratti di un gioco con sofismi intellettuali che mira a capovolgere le cose: la cosa più importante non è più il “Signore”, bensì la Chiesa: Egli diviene così il veicolo di un’organizzazione che, basandosi “sulla dedizione del Signore che non è mai stata ritrattata” rimane santa anche se si allontana da Lui. Alla fine del Vostro trattato scrivete che “proprio la ben poco santa santità della chiesa racchiude in sé qualcosa di infinitamente consolante”. 

Stimato Papa Benedetto, cosa direbbe Gesù di Nazaret di un tale paradosso? Tollererebbe che la Vostra Chiesa si definisca come “corpo mistico del Cristo”? E questo soprattutto dal momento che secondo il Vostro paradosso della “Santità profana” essa ha potuto e può agire a proprio piacere in ogni situazione – anche nei secoli delle crociate e dell’inquisizione, nel corso dei quali ha lasciato la propria traccia di sangue nella storia. Il motto “chi è santo una volta lo è per sempre” non rende forse la Chiesa imprevedibile anche per il futuro, per non dire pericolosa? 

Nel Vostro libro non accettate il fatto che “la critica nei confronti della Chiesa assuma quel tono di atrabiliare amarezza” alla quale si aggiunge sin troppo sovente “un vuoto spirituale, in cui essa viene considerata soltanto come una mera formazione politica interessata; la sua organizzazione viene sentita come miseranda o brutale, quasi che la peculiarità della chiesa non stesse ben oltre la mera organizzazione, nella consolazione della parola e dei sacramenti …” (pag. 284). Può darsi che sia così, ma l’”essenza” non è forse già stata seppellita da tanto tempo da ciò che non è essenziale? Di fronte alla struttura imperiale e di potere della Vostra Chiesa nella storia e nel presente, come volete ancora giustificare le sue pretese spirituali davanti a Dio e annunciarle agli uomini in nome di Gesù Cristo?

 Permettetemi per un momento la presunzione di assumere il ruolo di avvocato del Nazareno e, in tale contesto, di porVi ancora alcune domande scomode: ritenete che le incommensurabili ricchezze della chiesa, accumulate nel corso dei secoli, in parte anche con l’inganno e la violenza, che essa continua a conservare, siano conciliabili con l’insegnamento di Gesù? Non sarebbe ora di usarle per alleviare in modo concreto la fame e la miseria nel Terzo Mondo? Che cosa consiglierebbe di fare Gesù di Nazaret?

 Che cosa penserebbe il falegname di Nazaret dello sfarzo che è stato sviluppato e che è stato ostentato al mondo in occasione della morte del Vostro predecessore e della Vostra ascesa al trono? Certamente Gesù sapeva festeggiare quando era il momento – basta pensare alle Nozze di Canaan. Tuttavia, in un mondo in cui ogni giorno muoiono di fame 40.000 bambini, la pompa splendente in oro e porpora ostentata in nome di Gesù risulta discutibile. La Chiesa ha usato i suoi festeggiamenti come cerimonie ufficiali della missione mondiale cattolica. Tuttavia, in questo chiassoso spettacolo offerto dai mass media l’opportunità di offrire spi­ritualità ha lasciato il posto piuttosto ad una psicosi di massa, nella quale si è reso onore ai “rappresentanti di Dio” come a degli idoli, mentre il Cristo appeso in croce è stato relegato al ruolo di mera decorazione. E a proposito: come mai Egli è ancora appeso in croce, dal momento che è già risorto da tanto tempo?

 Forse, osservando le cose con magnanimità, si potrebbe passare sopra a molte discrepanze esteriori irritanti esistenti tra il fa­legname di Nazaret e la chiesa con le sue ricchezze. Quello che invece addolora di più è il modo in cui Gesù viene calunniato per mezzo dei dogmi considerati più importanti dalla chiesa. Non è forse molto grave che molti cristiani che seguono la chiesa non sappiano rispondere con sicurezza quando si chiede loro perché il Cristo si è fatto uomo e perché ha dovuto morire in modo così crudele? Chi va a rovistare nei propri ricordi in merito alle lezioni di religione cattolica, risponderà tentennando che questo sacrificio è stato necessario per riconciliare Dio con gli uomini. Tuttavia, chi riflette seriamente su questa risposta si sentirà mancare il respiro: deve trattarsi infatti di un Dio terrificante, se è tanto offeso da pretendere il sacrificio di un essere umano per riconciliarsi e tanto più del proprio Figlio.

 Un’immagine di Dio di questo tipo allontana tante persone spa­ventandole e rende ambigua anche la figura di Gesù di Nazaret.

 Tuttavia, chi apre il Catechismo della Vostra chiesa (forse con la speranza di essersi sbagliato) trova la conferma di questo suo incubo. Vi si legge che “il Padre ha sacrificato Suo figlio per riconciliarsi con noi …”, che Gesù “ha donato la Sua vita come sacrificio espiatorio … che ha versato il suo sangue per cancellare i peccati al cospetto di Dio Padre.” Da circa  mille anni questo insegnamento rode le radici della fiducia in Dio da parte dell’uomo e di una fede plausibile nel significato della vita di Gesù. Come teologo Vi siete naturalmente reso conto di questo dilemma, parlando della “luce sinistra” nella quale questo insegnamento pone l’immagine di Dio (pag. 185). Per tale motivo cercate di relativizzare con tanta retorica teologica le componenti quasi sataniche di questa “logica della soddisfazione” che si rifà ad Anselmo di Canterbury e che in fondo si può ricondurre fino a Paolo: come sottolineate, essa non è stata confermata dal Vangelo. Quando, nella lettera agli ebrei, si parla del sangue della riconciliazione, “questo sangue non va inteso come dono ma­teriale, come un mezzo espiativo da misurarsi quantitativamente”, bensì “come la pura concretizzazione di quell’amore che ci vien additato come spinto sin all’estremo” (pag. 232).

 Chi crede in un Dio colmo di amore e chi prende sul serio il messaggio di Gesù può effettivamente partire soltanto dal presupposto che la Sua morte non sia stata un nuovo sacrificio cruento pagano, ma piuttosto l’espressione della sua fedeltà incondi­zionata al Suo mandato che consisteva nell’annunciare all’umanità il Regno di Dio e nel portare il Suo Regno della Pace sulla terra. Tuttavia, se siamo d’accordo sul vero mandato di Gesù, perché la Vostra chiesa non si è staccata da tempo anche negli insegnamenti annunciati ufficialmente da questo mito del sacrificio pagano che falsifica ogni cosa? La versione attualmente valida del Catechismo della chiesa cattolica risale soltanto al 1992. Una chiesa che nella sua catechesi e in migliaia di preghiere e funzioni fa adorare il Figlio di Dio come un sacrificio cruento necessario, può ancora rifarsi seriamente a Lui?

 A tutto ciò si aggiunge un altro aspetto: come può una chiesa fare della formula “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” un mantra religioso e minacciare allo stesso tempo con la dannazione eterna tutti coloro che rientrano nella casistica del Vostro insegnamento del peccato mortale? Ai tempi della mia gioventù ciò poteva accadere già se si leggeva un libro che era stato messo all’indice, se si baciava una ragazza con troppa passione o se non si compariva due o tre volte alla messa do­meni­cale. Forse oggi le cose non sono più così, ma, secondo l’insegnamento ecclesiastico, una gran parte dei cristiani della chiesa si muove ancora sull’orlo del precipizio delle pene infernali eterne.

 In tal senso non sono il portavoce di una “dittatura del relativismo”, ma muovo piuttosto un’obiezione in nome di Gesù e del Padre Suo che ci ama tutti in modo infinito, la cui bontà onnipotente viene offesa nel momento in cui Gli si imputa la responsabilità di inviare la maggior parte dell’umanità alla dannazione eterna. Origene, teologo del primo cristianesimo, era ancora a conoscenza del fatto che alla fine dei tempi tutto sarebbe ritornato a posto e tutti gli uomini avrebbero fatto ritorno a Dio (“apocatastasi”); tuttavia, nell’anno 553, il Concilio di Costantinopoli pose fine a questa conoscenza, non perché di­sponesse di serie motivazioni spirituali o teologiche contro il suo insegnamento, ma in prima linea perché l’imperatore Giusti­niano voleva soffocare fin dalla nascita una disputa religiosa in merito alla preesistenza dell’anima dell’uomo e alla redenzione di tutte le anime e di tutti gli uomini tramite il Cristo. Per questo motivo non esitò a lungo e nella riunione fece pronunciare gli anatemi contro Origene e quindi contro una parte essenziale della lieta novella del Cristo. La chiesa di stato romana si distaccò dal Suo messaggio riguardo ad un Dio-Padre colmo di amore che non condanna nessuno ma che ricondurrà nell’eterna patria tutte le anime e tutti gli uomini, tutta la creazione che fa parte della caduta; ciò avverrà con l’aiuto dell’atto di redenzione di Gesù che dona ad ogni uomo la possibilità di cambiare.

Da quel momento in poi la chiesa si trovò in mano una delle armi più temibili: la minaccia della dannazione eterna, che venne impiegata con grande effetto nel corso dei quindici secoli successivi. Tale arma divenne anche la base dell’inquisizione e delle crociate che costarono la vita a milioni di persone.

 Come può una chiesa rifarsi ancora a Gesù di Nazaret se, per quanto riguarda le questioni fondamentali, essa non si orienta su di Lui, bensì su altri maestri? Personaggi come Paolo, Canterbury e Giustiniano non furono gli unici. Solo pochi cattolici sanno che il credo apostolico non è stato formulato dai seguaci del primo cristianesimo e nemmeno da teologi, bensì da Giustiniano e da altri imperatori romani. Ciò ebbe inizio già con il Concilio di Nicea nell’anno 325, convocato dall’imperatore Costantino per risolvere la prima grande disputa teologica, ossia la controversia tra Ario e Atanasio, ovvero se Gesù, il Cristo, fosse lui stesso Dio (un unico essere con Dio), oppure il Figlio di Dio (“un essere simile al Padre”). Non fu un fedele seguace del Cristo, bensì un imperatore romano (non battezzato) a decretare che il Cristo sarebbe un “essere tutt’uno con Dio”, determinando così in modo fondamentale il Credo cattolico valido ancor oggi. Anche se Gesù disse “Il Padre ed io siamo uno”, Egli non disse di essere “Dio vero da Dio vero” come la chiesa fa recitare ogni domenica durante la messa grazie a Costantino.

 Sapete meglio di me che anche altri precetti di fede sono nati nello stesso modo, come per esempio il dogma della trinità e il dogma della chiesa come unica portatrice di salvezza. Anche in questo caso, nell’anno 381, nel concilio di Costantinopoli, un im­peratore romano, Teodosio I., ebbe la presunzione di determinare la dottrina di fede con la propria pretesa di potere. Egli istituì il concilio e uno dei suoi giuristi, che venne battezzato all’ultimo momento, consacrato sacerdote ed eletto metropolita, assunse la guida della riunione per mettere per iscritto la formula del dogma della trinità in modo giuridicamente corretto. Allo stesso tempo la chiesa venne dichiarata “santa” e “apostolica” ed i suoi mezzi per ottenere la grazia vennero confermati come strumenti di salvezza della nuova religione di stato. Ciò che Teodosio e il suo giurista riuscirono a far approvare è ancor oggi parte del Credo di tutte le confessioni cristiane. Soltanto che non è appunto “cristiano”, poiché non proviene dal Cristo, ma piuttosto dalla chiesa di stato romano-cattolica.

 Probabilmente controbatterete dicendo: che cosa interessa tutto ciò ad una persona che non è cattolica e che di conseguenza non deve accettare questo Credo? Quest’obiezione non è tuttavia valida finché la chiesa cattolica non rinuncia alla propria pretesa di essere l’unica rappresentante per le questioni concernenti il cristianesimo e non riconosce che la chiesa e il cristianesimo non sono la stessa cosa. In questo modo giungo alla domanda nevralgica in merito al rapporto della Vostra chiesa con i cristiani che non figurano tra i Vostri membri e desiderano seguire il Cristo-Dio senza la dottrina della chiesa. Si tratta in un certo senso della Vostra propria sfera di competenza come ex-presidente della Congregazione di Fede a seguito dell’istituzione dell’inquisizione. Non avete negato questa continuità fino ai tempi più recenti, ma l’avete addirittura sottolineata, affermando nel marzo di quest’anno in una trasmissione tenutasi presso l’emittente radiofonica della regione di Berlino/Brandenburg: “Grande inquisitore è una decisione storica e in un certo senso ci troviamo nella sua continuità.” Sono parole che fanno tendere gli orecchi e ancora di più la frase successiva, con la quale affermate che si dovrebbe “tuttavia dire” che l’inquisizione ha rappresentato un progresso, dal momento che non si poteva più condannare nessuno senza l’inquisitio, ossia senza che venissero fatti degli accertamenti. Presumo che quando, nella stessa intervista, avete affermato che “i mezzi usati allora sarebbero in parte da criticare” foste consapevole di che tipo di “accertamenti” si trattava, dal momento che venivano spesso usate torture terrificanti. Può anche darsi che le affermazioni da Voi fatte nell’intervista siano state trasmesse in versione accorciata, dato che mi sembra che esse tendano a minimizzare le cose.

 In ogni caso permettetemi di chiedere se e fino a che punto si può veramente fare affidamento sulla dichiarazione del Concilio Vaticano Secondo in merito alla libertà di religione. Questa do­manda si presenta non soltanto perché la chiesa ha aspettato fino al 1965 per staccarsi dal suo diritto e dal “dovere di reprimere errori morali e religiosi” (Pio XII), ma anche perché la stessa dichiarazione del Concilio, collegata ad altri documenti eccle­siastici, lascia spazio a gravi dubbi, confermando il fatto che “l’insegnamento cattolico tramandato riguardante il dovere morale degli uomini e della società (!) nei confronti della vera reli­gione e dell’unica chiesa del Cristo rimane intatto”.

 In questo contesto non si è mai trattato di un mero dovere “morale”, bensì allo stesso tempo di un legale presupposto della chiesa. Di conseguenza incute timore il fatto che ancor oggi nella raccolta di suoi insegnamenti ufficiali si trovi la lettera di Pio IX. all’arcivescovo di Monaco, nella quale il Papa afferma sulla propria chiesa: “Deve allontanare ed estirpare (?!) con estrema cura tutto ciò che è contro la fede o che potrebbe in qualsiasi modo provocare danno alla salvezza dell’anima.” Fino a quando questo testo non verrà annullato, la pretesa della chiesa di essere l’unica portatrice di salvezza conserverà il suo aspetto minaccioso che spinse Karl Jaspers ad affermare che que­sta pretesa della chiesa sarebbe “costantemente all’erta per riac­cendere i roghi per gli eretici”. A questo punto, come cristiano che vive al di fuori della chiesa, non ci si può più li­mitare a porre soltanto domande o a presentare richieste. In nome di Gesù e dei diritti umani si deve invece richiedere che la chiesa abolisca una volta per tutte la miccia aggressiva di que­sti insegnamenti. Dato che, come Voi stesso dichiarate, Vi sta a cuore la riconciliazione tra i cristiani, si presuppone che come pon­tefice non vi risulti tanto difficile stralciare questo testo nel libro di “Neuner-Roos”.

 Un “editto di tolleranza” sincero da parte del papa avrebbe di certo conseguenze benefiche in molti sensi: non sarebbe soltanto un contributo essenziale per la pace tra le diverse confessioni di fede, ma probabilmente anche all’interno della chiesa stessa si aprirebbero le porte per un soffio di vento dello Spirito San­to che, come si sa, soffia dove vuole e a lungo andare non sop­porta le restrizioni dogmatiche e teologiche. Negli ambienti del­la chiesa non si è veramente reso conto nessuno che tra i primi cristiani esisteva non solo il dono della guarigione, ma anche quello della profezia, come viene riportato più volte nel Van­gelo? E inoltre che la corrente profetica – escluse poche ecce­zioni – non è più riapparsa all’interno della chiesa, ma sem­pre al di fuori delle sue mura, dove è stata poi perseguitata con il fuoco e con la spada?

 Nientemeno che Karl Rahner scrisse un intero trattato sulla pos­sibilità dell’esistenza di “rivelazioni private”. E si defi­ni­scono “private” nel senso che esse non provengono dalla chiesa uf­ficiale che non prende più in considerazione le rivelazioni da-te dal mondo divino. Forse ciò avviene perché la chiesa desidera avvalersi anche in questo campo della sua pretesa di essere l’unica portatrice di salvezza, e in questo caso non solo nei con­fronti degli uomini, ma anche dello Spirito divino? Possiamo immaginarci sul serio che Dio taccia da 2000 anni, nonostante si sia rivelato in ogni tempo per bocca profetica?

 Molte persone sono convinte che anche oggi vive in mezzo a noi un profeta, questa volta nelle vesti di una donna, tramite la quale sono sorte un’opera basata sulle rivelazioni divine e una co­munità mondiale del cristianesimo originario. Chi rifiuta la cosa senza crederci non dovrebbe farlo prima di aver gettato uno sguardo nel Vostro libro già più volte citato. Nel capitolo “dub­bio e fede”, basandosi sul paragone di Kierkegaard con il clown e il circo in fiamme, descrivete la situazione di un fedele che dà l’allarme ai vigili del fuoco e viene deriso, perché la gente non lo prende sul serio a causa dei suoi abiti da clown. Nel Vostro testo il clown è il simbolo del teologo. Forse lo potremmo so­stituire per un momento con la figura di un profeta. In tal caso le Vostre parole “della pesante impossibilità che ci affligge, di spezzare i modelli fissi delle abitudini mentali e linguistiche” (pag. 12) diverrebbero attuali in una dimensione totalmente nuo­va. “I paesani non al corrente del pericolo” che il clown di Kier­kegaard incontra nel suo apologo, sarebbero in tal caso i fe­deli della chiesa che non si rendono conto di nulla e che si trovano davanti al profeta. Nel “dilemma della fede” la sua rive­lazione non sarebbe più debole del dogma dei teologi, poiché, co­me voi descrivete cogliendo il segno, “ … ma per quanto da ciò pos­sa sentirsi giustificata l’incredulità, ad essa resta sempre appiccicata addosso l’inquietudine del ‘forse però è vero’. Il ‘forse’ è l’ineluttabile tentazione alla quale l’uomo non può as­solutamente sottrarsi … tanto il credente quanto l’incredulo, ognu­no a suo modo, condividono dubbio e fede, sempre beninteso che non cerchino di sfuggire a se stessi e alla verità della loro esistenza. Nessuno può sfuggire completamente al dubbio, ma nem­meno alla fede.” (pag. 17/18)

 Gli uomini si sono trovati in questo dilemma di fede ogni volta che hanno incontrato un profeta. In genere lo hanno rifiutato, so­prattutto i sacerdoti suoi contemporanei. Essi avevano in mente la tradizione, mentre i profeti avevano in mente la rivoluzione, cosa già di per sé sospetta ai sacerdoti. Non cambiò nulla nem­meno quando venne sulla terra addirittura il Figlio di Dio – né quando in seguito uomini e donne illuminati, mistici e persone che ebbero visioni profetiche minacciarono di scrollare la struttura ecclesiastica di dogmi ormai affermata. Molti fecero la stessa esperienza descritta nella storia di Dostojewski “Il gran­de inquisitore”, dove il principe della chiesa medievale dice al Cristo che è ritornato: “Abbiamo migliorato le tue opere, basan­dole sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini sono stati felici di essere guidati di nuovo come un gregge … Perché sei ritornato a disturbarci? … Già da tanto tempo non siamo più i tuoi allegati, bensì i suoi, e questo già da otto secoli. Sono già trascorsi otto secoli da quando abbiamo accettato da lui ciò che tu hai respinto con sdegno, l’ultimo dono che egli ti offrì mo­strandoti tutti i regni della terra: noi abbiamo ricevuto da lui Roma e la spada dell’imperatore ed abbiamo eletto noi stessi a signori della terra, suoi unici padroni …”

 Potrebbe avvenire più o meno la stessa cosa nel momento in cui viene sulla terra un nuovo profeta che, passando sopra a tutti i dogmi e riti, si rifà all’insegnamento ormai seppellito di Gesù, ma viene ignorato dal papa. Forse viene liquidato in modo minac­cioso come il Cristo riapparso nella storia di Dostojewski; op­pure viene deriso come nell’apologo del clown di Kierkegaard che mette in allarme i vigili del fuoco. Il circo brucia e sarebbe possibile salvarlo se si prestasse ascolto alle grida di allarme. Se questi richiami di salvezza provenienti dal mondo divino-spi­rituale non venissero ritenuti semplicemente impossibili anche oggi, anche chi è scettico dovrebbe fermarsi ad esaminare la co­sa, soprattutto se paragona i rischi che corre se valuta la cosa oppure se non lo fa: se esamina le cose e non vi trova nulla di profetico, può semplicemente ritirarsi e non avrebbe quindi perso nulla, a parte un po’ di tempo e di energia. Se invece non esa­mina le cose e si tratta veramente di qualcosa di profetico, nella rinuncia a valutare le cose avrebbe perso tutto.

 Come assaggio di questo grido di allarme profetico per la nostra epoca mi permetto di allegare il libro “I grandi insegnamenti cosmici di Gesù di Nazaret, dati ai Suoi apostoli e discepoli che erano in grado di comprenderli”. Si tratta soltanto di un singolo testo di una grande opera rivelata, nella quale l’umanità ap­pren­de molti aspetti sulla nascita della terra e sulla vita sul no­stro pianeta, in merito alle correlazioni tra lo Spirito e la ma­teria, il corpo e l’anima, la salute e la malattia. E non per ul­timo vi vengono rivelati molti aspetti in merito alla vita e all’in­segnamento del Nazareno che sono andati perduti nel corso dei secoli. Lo Spirito di Dio rettifica gli insegnamenti errati su Gesù di Nazaret e ciò che è stato in parte taciuto. Descrive anche come Gesù amò gli animali. Le rivelazioni danno risposte riguardo al senso e allo scopo della nostra vita sulla terra, sul vero significato dell’atto di redenzione di Gesù, sulla validità della legge di semina e raccolta, descrivono come l’anima con­ti-nuerà a vivere dopo il decesso del corpo, parlano del futuro dell’umanità, del Regno della Pace che sta sorgendo e di molte altre cose.

 Non so se questa lettera arriverà fino a Voi. Se Dio lo vuole, ac­­cadrà e Voi stesso potrete decidere cosa ne pensate delle mie domande e soprattutto se desiderate esaminare seriamente la possibilità che esista una nuova profezia divina.

 Vi auguro la benedizione di Dio e la guida del Cristo per questa e per tutte le altre decisioni importanti della vostra vita.

 In questo senso Vi saluto come Vostro fratello in Cristo.

 Firmato Christian Sailer

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